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Mare di nuvole illuminato dalla luna. Bivacco Luca Vuerich, Friuli. Foto di Michele Brusini

Bivacchi in montagna: tutto quello che c’è da sapere

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  • Categoria dell'articolo:Escursionismo

INTRODUZIONE: IL TEMPIO DELL’INUTILE

Passare una notte in bivacco sta all’escursione domenicale in montagna come una cena di quattro portate sta a un panino all’autogrill. Il piacere più intenso, completo, ricco di sfumature di un evento fuori dall’ordinario, rispetto a una toccata e fuga salutare ma che ha ancora qualcosa della routine.

L’amore per la montagna ha mille sfumature, dalla contemplazione ai record atletici, dall’etnologia alla sfida con i propri limiti. Credo che proprio questa infinita gamma di possibilità abbia reso la montagna un archetipo così ricorrente in libri e film.

La montagna è come un alfabeto con il quale si possono comporre storie di ogni genere. Dalla Bibbia coi suoi monti sacri Sinai e Ararat ad Alex Honnold che scala senza chiodi e corde una parete californiana di 2000 m. Dal misticismo tibetano di Milarepa allo speed climbing dello svizzero Ueli Steck.

Di questo grande libro dei monti, il bivacco è di certo uno dei miei capitoli preferiti, per motivi che cercherò di analizzare, anche se in parte sfuggono all’analisi.

A qualsiasi domanda del tipo: “Ma perchè passare una notte in posti così scomodi, senza riscaldamento, senza elettricità?”, l’unica risposta valida rimane quella data da Mallory un secolo fa.

A un giornalista che gli chiedeva perchè rischiare la vita per una cosa così futile come la “conquista” dell’Everest, l’alpinista inglese rispose con sfacciato candore: “Perchè è lì”.

Per questa assurda, magnetica ragione, Mallory si fece ingoiare dalla cima più alta del mondo, allora inviolata. L’Everest restituì le sue spoglie ghiacciate solo 75 anni dopo.

Ora, una frase del genere si è ormai caricata della sua dose di retorica caramellosa, finendo su magliette, tazze, portachiavi. Ma se la spogliamo del mito che l’ammanta possiamo ancora ritrovare intatte la sua forza e la sua verità.

Sono tante le passioni a cui dedichiamo tempo, denaro e fatica solo perchè… perchè la passione è lì. Senza spiegazioni razionali né tornaconto, gratuitamente, follemente, obbedendo a logiche misteriose.

La montagna è forse la più evidente di queste passioni insensate. Tanto da diventare a volte un simbolo di ribellione allo spirito del tempo moderno, secondo il quale o c’è un guadagno concreto (fama, soldi, potere) o tanto vale non muoversi.

Un celebre libro di alpinismo ha il titolo perfetto “I conquistatori dell’inutile”. Ecco, la montagna è il tempio dell’inutile, il luogo del guadagno immateriale, un po’ come la letteratura, o l’amore.

Così lo è il bivacco, questo posto di osservazione privilegiato dal quale spiare la montagna quando non sa di essere vista. Perchè?

Perchè è lì. E noi con lei.

Tramonto su un classico bivacco in lamiera della “Fondazione Bianchi”. Foto di Michele Brusini

BIVACCHI: COSA SONO E COME USARLI

CHE COSA SONO I BIVACCHI?

Spesso quando mostro le mie foto fatte durante una notte in bivacco mi chiedono di che cosa si tratta, quanto costa, dove si può prenotare… in effetti che cosa sia un bivacco non è del tutto scontato, soprattutto per chi la montagna la conosce poco.

In particolare i bivacchi sono luoghi misteriosi e tutto sommato poco frequentati. Qualcuno obietterà che questo è un bene, e in parte sono d’accordo.

Non mi auguro certo che i miei amati bivacchi si trasformino in una spiaggia in agosto, ma mi piacerebbe condividere con più persone questi punti di osservazione eccezioniali, sul mondo e su noi stessi. In fondo qualsiasi segreto troppo elitario soffoca, muore.

E allora vale la pena fare un po’ di chiarezza e spiegare di cosa si tratta, e come usare e rispettare queste strutture così preziose, così da permettere a più persone di conoscerle, amarle e preservarle.

Partiamo dall’etimologia. Il termine “bivacco” ha origine militare, e direva dal tedesco “biwacht”, “guardia notturna di riserva”. È una parola legata quindi alla notte a cielo aperto, ma negli anni ha assunto almeno due significati.

Chiunque legga libri di alpinismo sa che “bivaccare” significa appunto passare la notte sotto le stelle, o per emergenza o per necessità. Sono bivacchi le mitiche notti di Bonatti in parete o tra i ghiacci del K2, ad esempio. O le soste insonni dei cacciatori nel bosco o in capanni più o meno protetti.

Queste però sono esperienze estreme, che richiedono preparazione e attitudine. Qui parlo invece di altri bivacchi, che ci danno un riparo più che sufficiente a dormire relativamente comodi.

I bivacchi sono infatti anche quelle strutture di metallo, legno o – raramente – muratura, che in montagna sono situate solitamente in corrispondenza di una radura o di un pianoro. Ma sempre in luoghi più isolati o impervi rispetto a quelli dove sorgono i rifugi.

Il più classico bivacco italiano è una “botte” in lamiera rossa modello “Fondazione Berti”, diffuso negli anni ’70 allo scopo di promuovere la conoscenza delle Dolomiti. Dentro troviamo letti a castello a ferro di cavallo, per ottimizzare lo spazio.

Ma va detto che negli ultimi anni molte di queste strutture dimesse sono state rinnovate o addirittura rimpiazzate da modelli di design finiti sui libri di architettura.

Oltre ai bivacchi, in molte zone si può passare una notte in ricoveri, malghe o casere, strutture solitamente in muratura, più grandi e meglio attrezzate, in alcuni casi con tanto di cucina e bagno. Mentre il bivacco classico ha al massimo una stufetta e qualche pentola.

Capitolo a parte ovviamente lo fanno i rifugi, strutture molto più grandi e facilmente accessibili, gestite e quindi a pagamento, con cucine, camere da letto e comfort che il bivacco non può offrire.

Ma, fidatevi, una notte in bivacco offre altro.

COME FUNZIONANO I BIVACCHI

I bivacchi sono strutture sempre aperte solitamente gestite e manutenute dalle sezioni CAI (è giusto sottolinearlo: dietro a un bivacco c’è il lavoro costante di volontari). Solo in qualche raro caso si prevede una sorta di prenotazione con consegna delle chiavi.

Questo vuol dire che non serve pagare per dormirci, il che potrebbe stupire chi è abituato alla logica di ostelli e alberghi.

Non bisogna però pensare che la mancanza di chiavi e tariffe significhi che il bivacco è la baita di tutti, da usare come e quando si vuole.

Innanzitutto la priorità dei bivacchi è ospitare chi è in situazione di emergenza. Sono spesso collocati in punti strategici, perfetti per spezzare lunghe camminate o per dare riparo notturno a chi vuole affrontare una parete con le prime luci dell’alba.

Non sono quindi case vacanze low budget, anche perchè la scarsità di attrezzature e di acqua (a meno che non ci sia una fonte vicina) lo renderebbe piuttosto sconsigliabile.

I bivacchi sono poi locali molto piccoli, che indicativamente vanno dai 3 ai 12 posti. Non c’è prenotazione e quindi può capitare di trovarli pieni. Nel caso di quelli più “popolari” è consigliabile quindi non arrivare dopo le 16/17, così da assicurarsi un posto.

Se a bivacco pieno arriva altra gente, sta agli escursionisti adattarsi e fare posto ai nuovi arrivati, usando buon senso e spirito di accoglienza secondo criteri che ognuno deve saper valutare da solo. Di solito in questi casi tavolo e pavimento si trasformano in brandine di fortuna.

Quando lo spazio si esaurisce, si può bivaccare all’aperto se si è in estate a basse quote, oppure – purtroppo – accendere la lampada frontale e tornare indietro.

L’attrezzatura presente nei bivacchi di solito consiste in:

  • Brande (da 3 a 12, mediamente). I letti sono a castello
  • Materassi e cuscini (non sempre presenti)
  • Una panca o un tavolino
  • Alcuni semplici utensili di cucina
  • Alcuni semplici utensili per la pulizia del locale
  • Un kit di emergenza (purtroppo non sempre presente)
  • Una stufa o dei fornelletti a gas da campeggio (non sempre presenti)
  • Alcune coperte (non sempre presenti)
  • Una cisterna di acqua piovana (non sempre presente)
Mare di nuvole fuori dalla porta di un bivacco d’alta quota. Foto di Michele Brusini

COME DORMIRE NEI BIVACCHI

Il bivacco è un’anomalia. Un posto dove chiunque può entrare e dormire gratis non risponde certo alle logiche della pianura, e ha bisogno del nostro aiuto per continuare a funzionare.

Ora, non c’è una lista di sacri comandamenti da rispettare, per quanto di solito alcune regole di buon senso siano appese all’ingresso. Cerco di riassumerle dando per scontato che chiunque legga le possa integrare e correggere secondo la propria esperienza.

Parto con due premesse: la prima è che i bivacchi sono luoghi chiusi, promiscui e dagli spazi ridotti. Va da sé che non sono i più indicati in epoca di COVID, così come segnalato dal CAI con dei cartelli appesi sulle porte dei bivacchi negli ultimi mesi.

Allora passiamo (o non passiamo) una notte in bivacco secondo coscienza, sapendo benissimo in che periodo storico viviamo e qual è il nostro stato di salute, la nostra storia vaccinale, ecc.

Seconda premessa: i bivacchi non sono il regno del comfort. A volte troviamo solo le brande, senza materassi né cuscini.

Informiamoci prima (sui siti di escursionismo locali, chiedendo informazioni via Facebook o Instagram a chi ha postato foto dal bivacco, contattando il CAI…) ed eventualmente portiamoci dietro un materassino gonfiabile.

Anche quando troviamo cuscini e materassi, gli spazi sono quelli di in una cuccetta di un treno, per intenderci. Lo spirito di adattamento e condivisione è quindi necessario, anche perchè non c’è acqua corrente o elettricità (salvo alcuni casi).

Tutte queste relative scomodità ci permettono però di passare la notte in luoghi incredibili, dove non sarebbe certo possibile costruire un rifugio vero e proprio. È il caso di alcuni bivacchi posti in cima o in cresta, da dove siamo immersi in uno spettacolo a 360°.

Ecco allora alcuni consigli che la mia breve storia di bivaccatore mi suggerisce:

  • Diamo un’occhiata sotto il letto o nel vano tra la porta e il letto a castello: di solito troviamo scopa e pattumiera. Usiamole prima di andare via: le briciole potrebbero attirare ospiti indesiderati. Lasciamo il bivacco come vorremmo trovarlo noi la prossima volta.
  • Quasi tutti i bivacchi mettono a disposizione delle coperte. Si tratta chiaramente di una consuetudine pre-Covid, che probabilmente verrà aggiornata (in questo caso utilizziamo le coperte termiche di emergenza che possiamo acquistare per pochi euro da Decatlhon o simili). Nel caso ci siano le coperte, sbattiamole all’aria prima di partire, pieghiamole e riponiamole in un baule, in un armadietto o sui materassi più in alto.
  • Solitamente dopo la notte in bivacco si lascia in un armadio del cibo avanzato che non scade a breve, in modo che lo possano usare i prossimi escursionisti. Anche vino o grappa sono lasciti graditi, ovviamente. L’importante è segnalare la scadenza e chiudere tutto in confezioni sigillate: i topi esistono anche in montagna.
  • Alcuni bivacchi hanno la stufa. Se lo sappiamo, portiamo un pezzo di legno asciutto nello zaino, in modo da contribuire alla scorta di carburante. Inutile dire che la stufa richiede attenzione, soprattutto quando si lascia il bivacco.
  • Se ci sono candele, non sprechiamole inutilmente. Usiamo la lampada frontale e teniamole per le emergenze.

PERCHÈ PASSARE UNA NOTTE IN BIVACCO?

BIVACCO E FOTOGRAFIA

Ok, prima ho detto che a chi chiede perchè passare la notte in bivacco bisogna rispondere con sprezzante romanticismo: “Perchè è lì”. Ora cerco di articolare un po’ meglio…

Sei un fotografo o semplicemente ti piace condividere i tuoi scatti fatti con il cellulare sui social?

Immagina le foto che puoi fare da lassù al tramonto, quando il sole colora di rosa le cime e se chiudi un po’ il diaframma della macchina fotografica si trasforma in una stella abbagliante all’orizzonte…

Oppure immagina di uscire dal bivacco prima dell’alba, quando il mare di nuvole ribolle sotto di te e il cielo è prima viola, poi magenta, poi rosso, rosa, celeste, blu… e i primi raggi del sole fanno fumare l’erba e accendono le pareti buie tutto intorno, come in un rito alchemico che trasforma il piombo in oro.

O ancora la notte stellata, che con una lunga esposizione diventa un campo disseminato di fredde fiammelle. La via lattea scintilla da nord a sud, con tutta la sua scrosciante miriade di stelle invisibili dalla pianura…

E in tutto questo potrai anche imbatterti in qualche animale che nelle ore diurne non si farebbe mai vedere, e che puoi sorprendere con uno scatto memorabile. Marmotte, stambecchi, camosci, cervi, ermellini, galli forcelli (orsi e lupi speriamo di no)… la lista è lunga!

Per concludere sottolineo che lo stesso bivacco può rappresentare un soggetto perfetto. Ad esempio: notte stellata dai toni freddi e in primo piano il bivacco con la luce accesa, calda, a dare contrasto e raccontare il senso di accoglienza e intimità di questa sistemazione di fortuna.

Questo scatto dice molto di più di una via lattea isolata, e aiuta a dare senso della proporzione e del contesto. Oltre ad essere un buon modo per trovare qualcosa da mettere a fuoco (con le sole stelle non è semplicissimo).

Via lattea sopra un bivacco nelle Dolomiti Friulane. Foto di Michele Brusini

BIVACCO E SOCIALITÀ

Come una locanda, il bivacco è un crocevia, un’occasione di incontro con persone che condividono la tua stessa assurda passione. Chi decide di affrontare quella salita con lo zaino pesante per passare una notte in bivacco probabilmente cerca come te il contatto con la natura, con se stesso e con il silenzio.

Ma non pensiamo che i bivacchi siano solo luoghi ascetici, anzi. Spesso nascono amicizie – effimere o meno – tra una partita di carte, un ricordo di scalate e un bicchiere di vino in attesa delle stelle.

Condividere quei momenti speciali con degli sconosciuti li rende meno sconosciuti. Un tramonto d’alta quota insieme vale più di mesi interi passati da vicini di scrivania in ufficio.

BIVACCO E MEDITAZIONE

Sei in cerca di un posto tranquillo, dove passare del tempo con te stesso e riflettere cercando di vedere le cose dall’alto? Non serve trasformarsi nel Dr Manhattan degli Watchmen e teletrasportarsi su Marte, basta andare in bivacco, magari in un giorno feriale.

Non devi comprare la tenda, basta dell’attrezzatura base e un minimo di voglia di camminare con del peso nello zaino (io consiglio questo per preservare la schiena). Certo, andare in bivacco da soli non è un’esperienza per tutti, perchè dopo il tramonto si potrebbe scoprire che l’irrazionale paura del buio non è scomparsa con l’infanzia…

Ma dopo un po’ ci si abitua. Ci si immerge in un libro, o si contemplano le luci della pianura, le stelle, il fuoco nella stufa. Non ti trasformerai nel Buddha, ma questo breve stacco dalla vita quotidiana fatta di impegni, scomode comodità e ansie può essere davvero salutare.

Non solo. So per esperienza che dopo una notte in bivacco svegliarsi e assistere all’alba dà un’emozione indescrivibile. Come già detto, ci si sente parte di un rito magico, che al buio sostituisce la luce.

È un modo per sentirsi allo stesso tempo animali e anime, godendo di questa rinascita di forme e colori che spazzano via la notte e le sue informi paure.

NOTTE IN BIVACCO: COSA METTERE NELLO ZAINO

ATTREZZATURA DA PORTARE PER DORMIRE IN BIVACCO

Tutto bello, ma cosa mi devo portare da casa per una notte in bivacco?

Dipende dalla struttura, ed è quindi indispensabile informarsi prima. Alcuni bivacchi moderni hanno addirittura le prese USB per ricaricare i cellulari, mentre altri sono più simili a baraccamenti militari spartani ed essenziali.

Iniziamo con il sacco a pelo: sempre meglio averlo, anche se troviamo materassi e coperte. Servono sacchi a pelo particolarmente caldi?

Un bivacco sul Monte Rosa non è paragonabile ad un bivacco sulle prime Prealpi, ovviamente. Quello che posso dire è che, soprattutto in presenza di altri escursionisti, in bivacco la temperatura è sorprendentemente mite, rispetto alle aspettative.

E con questo intendo dire che nella classica notte estiva (i bivacchi invernali sono un hobby più esclusivo) anche a 2500 m solitamente mi trovo a dormire in mutande dentro al sacco a pelo. E questo malgrado la temperatura esterna di notte sia quasi invernale.

In ogni caso, come sappiamo esistono in commercio sacchi a pelo per tutte le tasche e per tutte le quote. Come per molta attrezzatura di montagna, non vale però la teoria “più spendo meglio è”.

Nel caso dei sacchi a pelo, i modelli più costosi sono solitamente dedicati all’alpinismo di alta quota, e ai bivacchi all’aperto o in tenda. Sono estremamente caldi, e si trasformerebbero in un forno intollerabile se dormissimo al chiuso a basse quote.

Se affrontiamo notti al coperto con una temperatura tra gli 0 e i 15 gradi, bastano modelli relativamente economici, e anche più comodi delle “mummie”.

Se invece il bivacco è a quote basse e la temperatura è mite, possiamo risparmiare del peso nello zaino e portarci dietro solo un sacco lenzuolo. Si tratta di una via di mezzo tra lenzuolo e sacco a pelo. Non ci isola dal freddo ma permette di non dormire a diretto contatto con materasso e coperta.

Come già detto, in caso non siano presenti i materassi ci si può portare da casa un materassino gonfiabile da alpinismo. Dal momento che lo appoggerai su una branda o su una panca, non serve che sia un modello isolato, pensato per dormire direttamente sul terreno.

Anche i cuscini sono solitamente presenti, ma è sempre meglio portarsene uno gonfiabile nello zaino per ogni eventualità, visti volume e peso irrisorio. Vale la pena anche avere con te una federa, da usare nel caso i cuscini ci siano.

Tramonto dall’interno di un tipico bivacco “Fondazione Bianchi”. Foto di Michele Brusini

CHE VESTITI PORTARE PER LA NOTTE IN BIVACCO

Si è già detto che la temperatura dipende dal tipo di bivacco, dalla stagione e dalla quota. Ma cercherò comunque di dare qualche consiglio indicativo.

La tipica notte in bivacco la si trascorre nella bella stagione, a quote che vanno dai 1000 ai 3000 metri. Sto parlando di escursioni alla portata della maggior parte degli appassionati, e non di bivacchi per alpinisti esperti.

A queste condizioni, bisogna comunque ricordare che l’escursione termica tra notte e giorno sarà brusca. Soprattutto chi vuole godersi le stelle e fare astrofotografia dovrà attrezzarsi di conseguenza.

Per intenderci, io porto anche in estate un piumino che altrimenti uso per le soste durante le escursioni invernali. La classica “struttura a cipolla” post tramonto prevede, nel mio caso:

  • maglia termica a maniche corte con la quale ho sostituito la maglietta sudata usata per l’ascesa
  • maglia a maniche lunghe di lana
  • piumino
  • guanti, cuffia, scaldacollo

Può sembrare un abbigliamento eccessivo, ma aiuta molto quando si vuole passare del tempo all’aperto di notte o prima dell’alba. L’importante è riuscire a stare fuori senza soffrire il freddo, così da concentrarsi sul paesaggio o sulla fotografia.

Nel caso ci sia il rischio di acquazzoni pomeridiani, ovviamente bisogna avere con sé un impermeabile o una giacca hardshell, ovvero un guscio antipioggia più pesante.

Inoltre dobbiamo ricordare che passeremo la notte in un locale senza riscaldamento, quindi vogliamo che tutto quello che c’è nello zaino rimanga asciutto.

Per questo ci sono due difese fondamentali:

  • il telo antipioggia dello zaino, a volte “di serie”, a volte da comprare a parte
  • le sacche impermeabili vendute nei negozi di attrezzatura sportiva, dove riporre nello zaino vestiti di riserva – calzini compresi – e attrezzatura elettronica.

ALTRE COSE DA NON DIMENTICARE

A meno che il bivacco non sia vicino a una fonte d’acqua, dobbiamo ricordarci di portare con noi thermos, bottiglie o sacche idriche. Ognuno farà le sue valutazioni, io personalmente cerco di avere con me almeno 2 litri d’acqua, che mi servono per la salita, la notte e la discesa.

Ricordiamo che non tutta l’acqua andrà bevuta: ci servirà per cucinare – volendo –, per lavarci i denti, cambiarci le lenti a contatto, sciacquarci la faccia la mattina… Per questo è utile avere anche un contenitore o una bottiglia vuota (le sacche idriche non sono comodissime per lavarsi i denti!).

Ottima idea è anche lasciare un thermos con il caffè in macchina. Soprattutto chi si sveglia per vedere l’alba (andare in bivacco e non vedere l’alba è come andare a Parigi e non vedere gli Champs-Élysées) arriverà alla macchina decisamente assonnato. Meglio avere un po’ di caffeina per il rientro.

Dei tupperware sono utili per trasportare cibo senza che si spanda nello zaino, o per lasciare cibo in bivacco se si vuole fare un regalo ai prossimi ospiti.

Non dovrebbe poi mancare il più classico dei tuttofare: il coltellino svizzero. Apribottiglie, pinzetta per zecche o spine, coltello per pane e formaggio… mettilo in una tasca dello zaino e lascialo lì.

Altra cosa da dimenticarsi nello zaino sono i tappi per le orecchie. C’è una regola non scritta secondo la quale almeno uno degli escursionisti che dormono con te russerà come un cervo pazzo d’amore che ti bramisce a 10 cm dalle orecchie. Credimi: vorrai avere i tuoi tappi.

Un altro salvavita a peso zero è l’accendino, per accendere la stufa o fare un falò là dove è possibile e concesso (alcuni bivacchi hanno lo spazio fuori per farlo).

La notte in bivacco ridefinisce il concetto di buio che abbiamo noi cittadini. Quindi sempre meglio avere dietro una lampada frontale, anche se non si prevede un’escursione prima dell’alba.

Per finire, chi vuole usare cellulari e macchine fotografiche deve ricordarsi il powerbank. Anche se la batteria è carica all’andata, le temperature rigide della notte potrebbero indebolirla parecchio.

Per evitare brutte sorprese è sempre meglio tenere cellulare e fotocamera avvolti di notte nelle coperte o dentro i guanti.

E visto che il bivacco è il luogo dell’inessenziale, concludo con un consiglio inessenziale: un libro. Spesso si passano diverse ore a non fare nulla, attendendo la foto giusta o il sorgere del sole. Un libro in bivacco è sempre a casa sua.

CHECKLIST PER UNA NOTTE IN BIVACCO

Prima di partire è sempre utile avere una checklist da spuntare per evitare di dimenticare qualcosa. Lo dice uno che è partito per un cammino di 250 km dimenticandosi le scarpe da trekking. Non serve che commenti.

Riassumo allora quanto detto finora in questa mia personalissima checklist per una notte in bivacco, da integrare come meglio credi:

  • sacco a pelo
  • tappi per le orecchie
  • cuscino gonfiabile
  • federa
  • lampada frontale
  • vestiti di ricambio (maglietta e calze, come minimo)
  • piumino
  • guanti, cuffia, scaldacollo
  • in caso di pioggia, un quotidiano da appallottolare e inserire negli scarponi: la carta assorbe l’umidità
  • in caso di pioggia, sacche impermeabili per riporre il cambio vestiti e l’attrezzatura elettronica, oltre che il telo antipioggia con cui coprire lo zaino
  • salviette umidificate e disinfettante per le mani
  • spazzolino e dentifricio
  • macchina fotografica e cavalletto per le foto in condizione di luce scarsa
  • panno per pulire l’obiettivo della macchina fotografica: gli sbalzi di temperatura dal bivacco “caldo” all’esterno potrebbero appannare la lente e rovinare la foto dell’alba
  • almeno 2 litri d’acqua, con un bicchiere o un contenitore
  • sacchetto per portare a valle l’immondizia
  • coltellino svizzero
  • accendino
  • thermos
Prime luci dell’alba su un bivacco delle Dolomiti Friulane. Foto di Michele Brusini

CONCLUSIONI: A OGNUNO IL SUO ANNAPURNA

Amici e conoscenti che guardano le foto mie o di altri bivaccanti solitamente rimangono meravigliati dalla possibilità di dormire circondati da certi spettacoli. E danno per scontato che un’esperienza del genere sia riservata solo ad alpinisti e avventurieri.

Io sono la dimostrazione che non è assolutamente così, e che basta aver voglia di camminare ed essere pronti a qualche piccola scomodità per avere in cambio una bellezza memorabile.

Il 3 giugno 1950 Maurice Herzog fu il primo uomo a mettere piede su un 8.000 m, l’Annapurna. Come con Neil Armstrong, con lui tutta l’umanità fece un piccolo, avventuroso passo avanti. O meglio, in alto.

Nel libro che racconta la sua impresa, Herzog conclude che l’Annapurna non è una cima, ma un simbolo, un ideale, insensato e traboccante senso, come tutti gli ideali. “Ci sono altri Annapurna nella vita degli uomini”.

A ognuno quindi il suo Annapurna, che si può trovare ovunque, in Himalaya, tra il salotto e il bagno, in un angolo di una città sconosciuta o in un viso conosciuto.

Nel mio caso l’Annapurna è un’alba d’ottobre dal bivacco Luca Vuerich, nelle Alpi Giulie. Un sole di rame fuso emergeva da un mare di nuvole azzurre, e per qualche lungo minuto il cielo parve un vulcano in eruzione che copriva di lava la cresta fumante del Montasio.

Forse anche il tuo Annapurna è lì, a qualche ora di sentiero, oltre la porta in lamiera di un bivacco battuto dal vento o scaldato dai mughi. È sera, la finestrella è l’unica luce accesa sulla montagna e si sentono delle voci, risate, l’acqua che bolle su un fornelletto.

Qualcuno ha stappato una bottiglia di rosso e attende che la via lattea sorga, così, senza alcuna utilità.

Michele

"Foto, escursioni, corsa: tutte scuse per andare in montagna".